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Leeds. Live it. Love it. Brand it

Leeds. Live it. Love it. Brand it

This morning we had a little chat with Mike Sheedy, teacher at MA Advertising and Design and deputy head of School of design. He, with others, is now working on the brand identity of the school of design of Leeds. The aim is to transmit the richness of this school that have so many souls inside: music, graphic, performance, visual, art, textile… People here should be proud of this variety and diversity, that it’s a kind of unique situation among others english uni.

He also gave us some useful tips about Leeds:

  •  It’s one of the biggest city in England, but it concentrates in a small territory.
  • 70s – 80s. There weren’t so good time here, the industrial Leeds was declining..
  • early 90s the city Council decide to improve the ex-industrial area and relaunched Leeds as a new business city, so they encouraged people to build in the waterfront area, to start creative companies and new businesses. They highlighted the stategic location of the city, placed in the middle of England and that it’s area is not so big, it’s a kind of “condensed city”.
    And it worked!
    It really worked, also in the 2007 recession (think about the Trinity Leeds!)
  • 2005. Leeds. Live it. Love it. Marketing Campaign on air! (the official website doesn’t work now)

…and now? Is it still working? Which is the evaluation of the campaign?

And today which are the needs of the city?

Exploration #3. Short track

Let’s go shopping (and pray?) 

Sempre alla ricerca di landmarks, identità inesplorate e angoli nascosti questa mattina inseguiamo obiettivi ben precisi che, da quanto abbiamo capito, non possono mancare a un sopralluogo a Leeds. Involontariamente si tratta o di zone di mercato o chiese (il nesso è tutto da progettare).

Addentriamoci nel Trinity Leeds: gigantesco e glitterante centro commerciale che dallo scorso marzo se ne sta incastonanto tra la stazione ferroviaria e il centro. Come se avessero messo un colossale tetto di vetro a coprire un intero quartiere. Al momento è agghindato al massimo per l’avvicendarsi del Natale. Il risultato è scintillante come Sex & the City 2.

E si è pure mangiato una chiesa. Anche se non del tutto. Sul lato sud del Trinity sorge infatti uno dei proclamati landmarks della città: la Holy Trinity Church, un magnifico esempio dell’architettura del XVIII secolo, stando alla guida, uno dei “best exemples of a Georgiano Church in the North of England”. Peccato che sia chiusa (noi abbiamo degli evidenti problemi di fuso, ma non riusciamo proprio ad azzeccarne una). Ovviamente la caffetteria di fianco è aperta diamo un’occhiata dalle finestre..una lunga navata, vetrate colorate… Torneremo per il concerto di Natale. 

Ecco, il punto è che quel colossale tetto di vetro dell’edificio scintilloso arriva a coprire e a mangiarsi un pezzo della chiesa-simbolo della città. Ora, sembrano esserlo entrambi, o forse sono diventati un tutt’uno? Hanno anche lo stesso nome. La chiesa, posta in quello che duemila anni fa era un villaggio di druidi, è diventata parte integrante del centro commerciale… altrove sarebbe scandaloso qui semplicemente bringing together past and present is exactly what Leeds is about”.

Abbandoniamo quindi grandi catene, Starbucks e franchising di ciambelle per il vintage e il mercato cittadino: pezzi unici, seconda mano, odori e profumi da impazzirci. Prima tappa: Corn exchange, ovvero l’antico luogo degli scambi tra agricoltori e commercianti. Un romantico edificio ottocentesco, a pianta circolare su due piani, un lunga scalinata, il tutto percorso da una ringhiera. Sembra un altro mondo. La mecca dell’unico e dei ritrovamenti rari. Silenzioso e tranquillo, una scoperta dietro l’altra. Abiti vintage, arredo homemade, magazine indipendenti, tatoo, gioielli ed accessori. Fatevi un giro a “Alice found treasures” (anche solo per il nome del negozio).

Dopo la mecca del vintage una passeggiata alla Leeds Minster. Entriamo dal portone principale ai piedi di una torre altissima. Ma possiamo entrare da qui??. Organi, cori, vetrate colorate e vivaci contrastano con l’interno che rimane sulle tonalità del legno. Fuori aria fredda, verde scintillante del Penny Pocket Park e i colori caldi dell’autunno. E fin qui il solito parco davanti alla chiesa, ma. A metà del parco il terreno di innalza per la presenza del terrapieno dalla ferrovia. Sul terrapieno, quello che a prima vista sembra una pavimentazione dissestata risultano essere tombe. Esatto tombe. Il tranquillo Penny Pocket era in realtà un cimitero fino a quando nel 1866 si trovò in una posizione scomoda per la ferrovia, che comunque doveva passare da lì. Niente di più semplice: hanno costruito ferrovia, alzato il terrapieno e di conseguenza anche le lapidi che sono state messe nella posizione corrispondente, ma sulla salita. Cimitero in pendenza, vista ferrovia.

Ultima tappa Leeds Kirkgate Market: versione scoperta e coperta. Dato il vento freddo preferiamo quella coperta. Ed ecco la nostra terza e nuova shopping experience. C’è di tutto, tutti gli odori, tutti i sapori, tutti i colori. E costa poco. Tradizionale, internazionale, take away, stay. Puoi mangiare, bere, aggiustarti le scarpe, farti riparare il cellulare, comprare un biglietto d’auguri o un mazzo di fiori, o semplicemente farti un giro sotto le bandierine tra i vociare dei butchers, i macellai, che a prima vista sembrano farla da padroni. C’è tutto, magari un po’ stretto, ma c’è. Con tanto di mappa, storia e consigli per gli acquisti, ma la cosa migliore da fare è chiedere.
E vi sarà dato.

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A quick chat with… Vien Cheung

A quick chat with… Vien Cheung

Insegnante e ricercatrice nel dipartimento Colore della School of Design di Leeds ci incontra per una breve chiacchierata. Ci accoglie raccontandoci del suo unico viaggio in Italia, per una conferenza, a Gargnano (BS), sul lago di Garda. Bello conoscere l’esistenza di città del tuo paese da una ragazza di Hong Kong. Lei è arrivata a Leeds per proseguire le sue ricerche nel campo del colore e della misurazione di esso.

Vien, che insieme ad altri, fa parte dello stesso team di Steve, ci racconta il fascino per questa materia in cui ne intervengono mille altre, in cui si incrociano molti altri saperi: fisica, neuroscienze, percezione.. E aggiungiamo qualche tassello al quadro della School of Design e delle loro ricerche. Dunque: nel lab che, a sentire Vien, non ha niente di fantastico poiché è “tutto grigio” (il grigio serve a fornire un background il più possibile neutro per non influenzare i colori) hanno diverso strumenti di misurazione del colore. Alcuni sono molto precisi, funzionano a contatto, ma possono essere usati solo per colori uniformi e su campioni piatti. Per altre misurazioni, per esempio pattern o altri materiali si servono di Digital camera, professionali certo, ma comunque macchine digitali. Dalle foto scattate poi possono desumere i colori di ogni singolo pixel. Ciò che conta, comunque, è tenere sempre in considerazione quale tipo di luce illumina il nostro colore.

Chiediamo un esempio delle ricerche fanno qui. Molte e diverse applicazioni per altrettante aziende. Colore dei loghi, di stampe, poster ma anche di tessuti, abiti e… denti. Già, un’azienda di dentifrici ha chiesto loro una ricerca (focus group, survey, misurazioni…) per capire che bianco è il bianco dei denti. Ovvero: quand’è che che un sorriso viene percepito come bianco? Ovviamente non è il bianco “fisico” della carta o di uno schermo, risulterebbe innaturale, fuori luogo nel dintorno di labbra, viso… Forse non ci eravamo mai chiesti che bianco è il bianco. Iniziamo oggi.

PS: next Monday we will have a Lab tour!

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The illusion is…

“The illusion is to think that color is physical”

S. W.

Interessante chiacchierata con il nostro tutor questa mattina. Steve. Nel suo caotico ufficio, nella School of Design della Leeds University ci tiene a fornirci un’introduzione al mondo del colore e a condividere la sua visione delle cose. Oltre alle informazioni, più o meno note e fresche, su NCS, Munsell e Pantone il discorso si fa interessante e più sottile: “Does colour exist or not?”. Sembra che un avvocato lo chiamasse quasi quotidianamente per avere una risposta all’enigma. Il problema sta nell’ambiguità del termine e nella difficile definizione tra fisica e percezione. La materia colours tocca poi una tale ampiezza e varietà di discipline che sembra di coglierne sempre e solo una parte.

Qui sono alla ricerca delle relazioni tra fisico e percepito.
Buon lavoro!

Exploration #2

Leeds waterfront

La prima domanda è: ma esiste un vero “lungofiume”? La seconda: quanti lo sanno?

Partenza prevista dalla Stazione ferroviaria di Leeds. Impavidi andiamo alla ricerca del visitor centre e facciamo razzia di mappe, brochure e opuscoli, giusto perché sono free e ci piace farci guardare male dalle commesse. E ce ne andiamo. Una di queste mappa è tutta dedicata al Leeds waterfront. Condizione necessaria all’esistenza di detto percorso è la presenza di un fiume, nel caso si Leeds si tratta del River Aire. L’Aire sorge a nordovest di Leeds da un lago di origine glaciale e con parecchie ansie e ripensamenti di percorso scende fino a Leeds, la supera e va a congiungersi con il River Ouse per poi sfociare sulla sponda est dell’Inghilterra nel Mare del Nord.

Il fiume ha fatto la storia e la fortuna della città, essendo stato importante mezzo di trasporto per i fiorenti commerci tessili della città e, più tardi, zona cardine dell’avvio della Rivoluzione Industriale del 1880. Oggi la zona che si articola lungo il corso del fiume sembra cercare un’attenzione che la città, forse, non le dà più.. Ma merita una passeggiata per la diversità e singolarità di gems, “gemme”, che vi si possono scoprire.
Innanzitutto cerchiamo di oltrepassare la stazione e andiamo nella South Bank di Leeds. Occhio, perché dovete prendere un sottopassaggio davanti alla stazione nascosto dietro ad un noleggio biciclette. Quindi siamo sotto la stazione, galleria da bronx a destra, installazione di un’artista contemporaneo berlinese (Hans Peter Kuhn) a sinistra. Questa è Leeds, e le sue contraddizioni. Quindi cerchiamo di andare per punti.

1. Granary Wharf. Si percepiscono i primi segnali, uditivi, della presenza dell’Aire che scorre qua sotto, in un questa galleria a vagamente illuminata dalla luce polverosa che viene dall’alto. Scopriamo che in ognuna delle nicchie hanno ricavato dei parcheggi sotterranei. Oltrepassiamo il fiume camminando verso un grosso cartello giallo “Granary Wharf”. Un tempo luogo degli scambi degli scambi commerciali via fiume. Usciamo: quartiere nuovissimo di mattoni rossi, composto da un palazzo cilindrico altissimo: “the Candle House”, un hotel Hilton e alcuni bar e ristoranti mondani che si specchiano nell’acqua dell’Aire. Sarà che è mattina, ma sembrano piuttosto vuoti e un sacco di appartenenti in cerca di affittuari.

2. Giotto e i Lamberti. Cosa ci fanno uno dei massimi artisti del Duecento italiano e una famiglia veronese esiliata a Leeds? Dopo l’esilio si saranno rifugiati qui? Mmh, un po’ fuori mano. Ma provate a lasciarvi alle spalle gli appartamenti del “candelotto” di cui sopra e, attraversato un altro ponte, alzate gli occhi. Nel cielo azzurro si stagliano tre torri di mattoni rossi (ovvio). Ma, guardandole bene hanno qualche dettaglio famigliare: sono la copia del campanile di Giotto di Santa Maria del Fiore a Firenze e la torre dei Lamberti a Verona, quella che svetta da piazza Erbe, ovviamente red brick version, costruite a fine Ottocento e usate come ciminiere o camini.

3. Industrial Bridges. Proseguiamo nel percorso sul lungofiume: una stradina asfaltata che si inerpica e segue il corso dell’Aire, non molto frequentata, sebbene segnalazioni e indicazioni in realtà non manchino. Nei punti “salienti” un pannello illustrativo mostra, attraverso alcune illustrazioni e mappe di epoche diverse, cosa avrebbe potuto vedere un  contadino che dalla campagna a sud del fiume, arrivasse a Leeds magari per vendere i suoi prodotti: si nota il prolificare di edifici industriali negli anni, di cui sono rimaste tracce anche nelle case che ancora costeggiano il fiume. Provate a cercarli. Sempre al periodo industriale risalgono alcuni dei ponti, come il Leeds Bridge (in realtà originario del 14 secolo, ma completamente ricostruito nel 1871 con la struttura odierna, poiché rappresentava il maggior accesso alla città), che si proclama luogo natìo del cinema, con il suo immancabile owl circondando da una texture a cerchi sui toni dell’azzurro. Più avanti, il moderno Centenary Bridge (1992) a seguire potete oltrepassare o sottopassare il Crown Point Road, altro prodotto delle necessità commerciali esplose a metà ‘800, con il suo intricato pattern di rossi e bianchi.

4. Arriaviamo quindi nel tanto sospirato new Dock o Clarence Dock. Palazzi moderni. Vetro. Acqua. Barche attraccate a  questa banchina intra-cittadina…Ma un po’ di desolazione. Se non fosse per la presenza del Royal Armouries Museum, ampiamente sponsorizzata in tutta la città con i suoi 5 piani di armature, corazze, spade e fucili dai Sumeri all’Afghanistan, da Excalibur alla spada di Godric Gryffindor (tra l’altro sembra in queste zone il Sig. Potter e compari venissero a caccia di horcrux. Senza contare che la passione di Leeds per il cinema è un’altra gem tutta da scoprire)

5. La mappa ci segnala poi la presenza del Thwaite Mills Museum, altro esempio di cultura industriale: uno degli ultimi esempi rimasti in Gran Bretagna di un mulino alimentato ad acqua. Ci inoltriamo verso sud, costeggiando l’Aire alla nostra destra e sotto i nostri piedi cambiano paesaggi e pavimentazioni: da un quartiere residenziale perfetto e immacolato a residui di fabbriche dismesse che mantengono un certo fascino misterioso fino ad un’attiva zona industriale. Ma la passeggiata rimane circondata dal rumore dell’acqua che scorre e dai colori caldi dell’autunno. Da riprovare in bici, magari in primavera. Già, perché fino al Thwaite Mills sono 40 minuti on foot e una volta arrivati potete scoprire che il museo d’inverno è aperto solo nei weekend. Peccato. (non averlo scritto sulla brochure).

Exploration #1

 

Ora et labora
Anche qui. Sembra che il latino sia arrivato più lontano di quanto a liceo vogliamo credere.

Domanica mattina di sole, ci incamminiamo per Kirkstall Hill poi Morris Lane in un susseguirsi di casette di mattoni rossi, ville di mattoni rossi, complessi di mattoni rossi che si aggrappano alle salite e discese di cui è caratteristica la zona. Il verde intenso del prato che circonda l’abbazia ci dice che siamo quasi arrivati. I colori degli alberi sono quelli caldi dell’autunno, perfettamente intonati con lo stile architettonico che li circonda.

Kirkstall Abbey, immersa nel verde e nel silenzio, costruita dai monaci Cistercensi tra il 1152 e il 1182. Sembra che Henri de Lacy, “Lord of the manor of Pontefract”, durante una grave malattia avesse fatto un voto alla Vergine di costruire un’abbazia a lei dedicata nel caso fosse sopravvissuto. Quindi, una volta guarito, decise di dare ai monaci il terreno di Barnoldswick (oggi nel Lancashire), ma dopo sei anni di tentativi (sei anni!!), resisi conto dell’inospitalità del terreno, decisero di tentare altrove, giungendo sulle rive boscose del fiume Aire (il fiume di Leeds appunto) zona allora abitata da eremiti. Gli autoctoni vennero prontamente “invitati” a sloggiare così che l’abate Alexander poté iniziare i lavori.

Ci addentriamo tra le rovine, sorprendentemente ben conservate. Sembra di essere infinitamente piccoli all’interno di queste mura alte e imponenti. Nel silenzio alcuni turisti si aggirano tra quelli che erano gli spazi dei monaci: chiostro, refettorio, cucina, dormitori e parlatorio, unico spazio in cui i monaci potevano dialogare. Il tutto è semplice e disadorno e non a causa di scorrerie a posteriori ma per volere dei monaci stessi: nessuna distrazione.
Il luogo poi è reso ancora più romantico, alla Will Turner (che tra l’altro riprodusse l’abbazia in alcune opere) dalla mancanza del tetto. All’interno della chiesa, posto a nord, completamente scoperchiata, scorriamo lo sguardo dal basso delle mura imponenti fino all’azzurro intenso del “tetto” che dal ‘500 non c’è più, per volere di Henri VIII, che nella sua nuova funzione di capo della chiesa anglicana confiscò le proprietà della Chiesa cattolica inglese durante il processo della Dissolution of the Monasteries. Il risultato è una delle chiese medievali meglio conservate dell’intero paese, che, completamente scoperta dimentica l’atmosfera buia e scura in cui si aggiravano i monaci nei loro sai, ma permane l’invito al raccoglimento e lo stupore, forse addirittura accentuato dal contrasto con il cielo.